Parte III – Famiglia Salomone dopo Stigliano

Ancora una volta Don Antonio ebbe da fare con ladri golosi: nel famoso orto di via Calata Magenta aveva delle belle piante di fichi che davano frutti squisiti. Anche questi erano presi di mira da ladri buongustai.
Trattarli come quello che agiva a Vallelonga non era possibile senza esporsi a responsabilità penali.
Ed allora il nostro Don Antonio – mattacchione – si avvalse delle sue cognizioni mediche.
Con pazienza da certosino iniettò negli esemplari più belli e voluminosi di fichi, alcune gocce di olio di croton, che ha rapida e violenta azione purgativa: lascio immaginare cosa successe a chi mangiò quei fichi!
Purtroppo, però, la passione per la sua proprietà, che teneva a proteggere, finì per costargli la vita.
Avendo alla Padula una bella carica di ulive, per garantirsi contro i ladri, nonostante il freddo intenso e la neve, si decise a pernottare in campagna.
Ma una notte richiamato dall’insistente abbaiare dei suoi cani, uscì dalla casetta accaldato com’era, per gridare al ladro, sparando qualche colpo.
Sapendo di avere di fronte un uomo ben deciso e, perciò, pericoloso, i ladri scapparono, ma il povero Don Antonio si buscò una polmonite che lo condusse alla tomba.

 

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Ettore Salomone fu Nicola (1908-1983)

Ed ora, dopo questa piuttosto lunga digressione, frutto di quanto raccontatomi dallo zio Giovanni e che ho voluto tratteggiare per darvi un’idea del temperamento di qualche nostro antenato, del quale qualche nota atavica potrebbe essere pervenuta alle successive generazioni, torniamo alla famiglia di Don Antonio Salomone, figlio del nostro capostipite in Stigliano, Don Francesco.


Come ho già detto ebbe sei figli: il primo, fu il mio omonimo nonno paterno, Don Francesco Salomone.
Già guardand olo in fotografia si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un uomo austero, di carattere forte, sicuro di sé.
Fu infatti ottimo medico tenuto in considerazione anche fuori del suo paese, e da clinici di fama, quale era allora il celebre Cantani; amico stimato del prefetto di Napoli, Del Carretto, della cui amicizia si avvalse in un grave evento nel quale fu coinvolto il fratello Michele del quale parleremo in seguito.
Sposò la Sig.ra Maria Rosa De Sanctis, dalla quale ebbe sette figli: quattro maschi e tre femmine.
Colto, retto, scrupoloso ed onesto nell’esercizio della professione, fu rispettoso dei buoni, intransigente, autoritario ed incurante degli arrivisti sfruttatori di cariche immeritate spesso concesse a ricchi, e vantanti presunte eredità nobiliari, o titoli araldici.
Difficilmente si sfuggiva al suo acuto, per quanto obbiettivo spirito di osservazione, per cui spesso, nella valutazione di uomini e cose, fu portato a salaci classifiche.
Col frutto del suo lavoro, realizzò l’acquisto di una modesta proprietà che tramandò ai figli, ai quali, però, più che altro lasciò in retaggio una buona dose di intelligenza e di vivo attaccamento al lavoro onesto.
Mentre però, orgoglioso dei suoi figli che gli davano tutti belle soddisfazioni negli studi, ne vedeva il primo già laureato a pieni voti in medicina e pregustava per tutti un radioso avvenire, un crudele destino lo colpiva nei suoi affetti più sacri, recidendo la giovane vita del figlio Antonio a meno di 25 anni, laureato da appena 11 mesi, e già rivelatosi medico ben preparato.
Affranto dal dolore e sofferente di diabete, sopravvisse di poco alla morte del figlio.

 

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Mario Salomone fu Giuseppe (1898-1950)


Secondo figlio di Don Antonio Salomone, fu Nicola, avvocato di valore, esercente in Potenza ove contrasse matrimonio con una Signora, Zia Cherubina, della quale neanche zio Giovanni seppe precisarmi il cognome.
Morì a 35 anni, lasciando due figlie: Emilia e Maria.
Emilia sposò il maggiore di cavalleria Pasquale Freda, senza averne figli; Maria sposò il giudice Tortorelli, nativo di Calvello, ove esiste tuttora una piccola proprietà a lui intestata, amministrata fino a pochi anni addietro da un suo lontano parente.
Maria Salomone ebbe una sola figlia, cresciuta poi dalla zia Emilia, dopo la morte di entrambi i suoi genitori: sposatasi ad un giovane medico, emigrò con lui negli Stati Uniti ove riuscì a realizzare una buona fortuna.


Terzo figlio di Don Antonio Salomone fu Michele: intelligente e studioso fu uomo di elevata cultura.
Fin da giovane si distinse negli istituti religiosi ove studiava, pare, nell’ordine degli Scolopi, che tenevano ad esibirlo in gare con giovani di altri ordini, specialmente dei Gesuiti.
Riuscì vincitore di diversi premi.
Compiuti gli studi classici con brillanti risultati, si iscrisse all’università conseguendo lauree in Lettere, Filosofia e, Giurisprudenza.
Coinvolto in movimenti politici, venne arrestato e condannato a morte.
Caricato sui barconi che trasportavano i condannati politici all’isola di Ponza, vi attendeva la fucilazione.
Fu in questo frangente che, l’amicizia del suo fratello maggiore Francesco col Prefetto di Napoli del tempo, Del Carretto, gli valse per ottenere la grazia.
Non sfruttò la laurea in lettere e filosofia per insegnare, ripudiò l’esercizio della professione di avvocato pensando macchiarsi la coscienza difendendo i delinquenti.
I brutti momenti vissuti in attesa dell’esecuzione della condanna a morte, la grazia ricevuta, avevano fortemente scosso il suo morale.
Si fissò sul miracolo e fece del suo meglio per indossare l’abito talare.
Ritiratosi in un vero eremitaggio fu prete esemplare, chiuso nei suoi studi e nella sua alta missione di curatore ed educatore di anime.
Visse solo, per anni, in un piano terra della nostra antica casa, ossessionato da varie allucinazioni.
Distribuiva ai bambini che frequentavano la chiesetta ove celebrava la messa, gli scarsi risparmi che poteva mettere da parte.
Solo in occasione di qualche grande festività veniva a pranzo con noi e ricordo che una volta contemplando … il nostro formicaio (della mia generazione) figli dei tre fratelli Nicola, Samuele, Giuseppe eravamo in quindici: tredici maschi e due femmine, ebbe ad esclamare: “Poveri ragazzi, che brutti tempi vi sono riservati!”
Cosa direbbe adesso se fosse ancora vivo ?
Qualche vecchio dell’antico vicinato, su per giù della mia età, rimastoci sempre affezionato, ricorda ancora Don Michele, quando nelle giornate di caldo, all’ombra di un grande ombrello rileggiucchiava qualche suo vecchio libro.
Una sola amicizia coltivava, quella di zio Nicola Calbi, vecchio rampollo di un’antica famiglia gentilizia, ormai da tempo estinta come tante altre.
Anche lui era laureato in legge e profondo erudito.
Con lui passava lunghe ore in discussioni letterarie – filosofiche.
Mentre nei vecchi di quel tempo non mancava la passione di verseggiare, non seppi mai zio Michele improvvisato poeta.
Di zio Nicola Calbi invece conservo un bel sonetto, pronunciato in occasione della morte di mia madre.
Ostinato a vivere solo, provvedendo da sé a tutte le sue ultramodeste necessità, finì in conseguenza di ustioni da acqua bollente, rovesciatasi addosso, chissà come.

 

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Alberto Salomone fu Nicola (1903-1981)

L’ultimo dei figli maschi di Don Antonio Salomone fu zio Giovanni: quello che mi fornì nella mia giovane età le notizie che mi sforzo ora di coordinare.
Anche lui intelligente, vivace, ma non troppo amante dei libri, fu avviato agli studi classici.
Si voleva farne un prete, ma dimostrò ben presto di non averne la vocazione.
Cresciuto negli anni, conseguita una poco più che rudimentale istruzione abbandonò gli studi.
Amante della vita libera, se non proprio libertina, si dette alla campagna, ritirandosi a Tempa Cisterna ove coltivò l’atavica passione per la caccia, qualche modesta speculazione, ed il libero amore, mettendo al mondo diversi figli, cresciuti poi da famiglie adottive.
Di questi primi rampolli avuti dalla sua prima convivente, tal Maria Viviani, uno solo gli fu quasi sempre vicino, forse anche perché appassionato e valente cacciatore come lui.
L’aveva chiamato Antonio come suo padre, ma, in paese, era meglio conosciuto col nomignolo di “gnoriello” derivatogli forse dall’aver usato nei riguardi del padre il diminutivo vezzeggiativo di “gnore”, abbreviativo di “signore” usato da parecchi in quel tempo , invece dell’attuale papà, babbo e del più popolare “tata”.
Oltre ai diversi figli maschi procreati con la Viviani, vi fu anche una femmina: Elena (una povera donna di scarsa intelligenza, ma animata da buona volontà lavorativa).
Non ricordo se prima o dopo la morte della madre fu, dai miei familiari, (compenetrati da vera compassione), assunta in servizio in casa nostra, ove morì piuttosto vecchia.
Morta la Viviani, zio Giovanni si ritirò in paese, ove non tardò a procurarsi una nuova amante che convisse con lui fino alla morte: la signora Carmela Sassone, vedova senza figli, proprietaria di un discreto patrimonio terriero; non volle mai sposarla, pur avendone avuto una figlia che crebbe con grande cura, ed alla quale impose il nome di sua madre: Maria Antonia.
Essendo una bella donna di indiscussa serietà , ben educata e virtuosa, non le mancavano proposte di matrimonio, anche perché portava in dote un discreto appannaggio.
Il padre però preferì darle in marito un giovane operaio, fabbro ferraio, ottimo lavoratore e ben quotato.
Lo zio Giovanni fu a noi tutti molto affezionato e fu lui ad iniziarmi alla caccia: io specialmente lo seguivo sempre nelle sue escursioni pomeridiane verso i nostri fondi rustici, ove con passione si dava alla coltura di ortaggi.
Da vecchio amava la lettura di quei classici che da giovane non aveva troppo amato.
Autore preferito era il Bousset, storico francese.
Degno di nota, pur avendo solo per poco studiato, ad onta della sua tarda età, leggeva ancora bene il greco, come noi, se non addirittura un po’ meglio di noi, ancora freschi di studio.
Morì ad ottantacinque anni in seguito ad una caduta in vicinanza della casa della figlia.

 

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Alberto Salomone fu Nicola (1903-1981)  (secondo in seconda fila da sinistra)  alla Banca Commerciale


Delle due figlie femmine di Don Antonio Salomone poco ho da dirvi.
La prima Giacoma sposo un tal Ruggiero Tancredi, soprannominato “Ruggiriello”, proprietario.
Morì senza figli.
L’altra, Grazia, sposò il Sig. Domenico Antinori dei Marchesi Antinori di Firenze, dai quali aveva pure ereditato il titolo nobiliare, titolo che, stando a notizie avute a distanza di anni, da uno dei suoi figli, aveva per pochi soldi barattato.
Non seppi mai come e perché da Firenze venne a finire a Brindisi di Montagna.
Probabilmente tramite zia Cherubina che forse era di Brindisi o vi aveva colà parenti, venne a conoscenza di zia Grazia, che fu poi sua moglie.
Uomo alla buona, di modeste capacità intellettuali, non realizzò mai niente: a Brindisi, pare, esistono ancora oggi delle case che appartenevano agli Antinori.
Zio Domenico tentò diverse industrie, coronate però da …. successi fallimentari.
Si occupò di agricoltura e poi di armentizia introducendo a Brindisi le pecore Merinos: i rigori invernali della zona montana del Brindisino falcidiarono l’eletto gregge di zio Domenico che concluse così la sua carriera agricola-armentizia.
Dal matrimonio con zia Grazia ebbe due figli: Nicola e Amerigo, che venivano spesso a farci visita.
Ricordo che Amerigo era un appassionato suonatore di fisarmonica, che portava sempre con sé.
Morto il padre decisero di emigrare negli Stati Uniti, dove Nicola, sposatosi, fece fortuna.
In seguito richiamarono presso di loro la vecchia madre.
Prima di emigrare quella bella vecchietta volle rivedere i fratelli ancora viventi – zio Michele e zio Giovanni -, il paese natio, la casa dove era nata, conoscere nipoti e pronipoti.
Io la ricordo appena: in America visse ancora diverso tempo.
A distanza di parecchi anni, Nicola Antinori mi scrisse, verso il 1935-36, comunicandomi le sue ancora buone condizioni di salute, la soddisfazione di avere messo su buon piede la sua famiglia, di avere un figlio medico, molto ben avviato in professione e di vagheggiare il riscatto del titolo nobiliare barattato per poche lire dal padre.
Mi dette all’uopo qualche chiarimento, ma in seguito, avendogli comunicato che, secondo il parere di un avvocato da me interpellato, si andava incontro ad una causa lunga, costosa, e di molto dubbio risultato, rinunciò a tutto.
Da allora non ne ho saputo più niente.

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Luigi Salomone fu Nicola (1899-1978)

 

E così esaurite le informazioni sulle prime tre generazioni dei Salomone in Stigliano, ritenendole in certo qual modo più importanti ai fini atavici, passerò in rapida rassegna le notizie sulle ultime tre: notizie che, vista la loro più recente data, sono in buona parte da tutti noi conosciute.

Parte III – Famiglia Salomone dopo Stiglianoultima modifica: 2010-06-25T12:29:09+02:00da gorgomonello
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