Parte II – Famiglia Salomone dopo Stigliano

Fu forse anch’egli che acquistò due terranei adibiti in seguito a stalla e, che anche io ricordo, ed un vasto orto nel quale, poi, in seguito iniziò la costruzione della casa pa­lazziata, ampliata e rimodernata dai suoi discendenti e nella quale nacque­ro diverse generazioni dei Salomone.

A dare un decoroso assetto a quella casa e trasmetterla alle generazioni discendenti fino alla nostra, fu il nipote Francesco Salomone (II°), anche medico che ne ultimò l’ammodernamento nel 1878, anno in cui morì, a soli venticinque anni ed a meno di un anno dalla sua laurea in medicina, a pieni voti, il primo dei suoi figli, Antonio Sa­lomone.

Costruitosi il primo alloggio, il giovane Francesco Salomone (I°) pensò a mettere famiglia e sposò la gentildonna Giacoma Alfuzzi, appartenente a una delle migliori famiglie di Stigliano, ricevendone in dote 700 ducati in oro, somma per quei tempi favolosa.

La sera in cui fu scambiata la promessa di matrimonio gli vennero consegnati i 700 ducati in uno “scopino”: (si chiamava così un sacchetto portamonete confezionato con la pelle intera di un capretto, ben cucito su una estremità, con apertura a borsa di tabacco dall’altra, che veniva poi chiuso con un laccio di cuoio, piuttosto elegante); sennonché il promesso sposo, che doveva essere alquanto distratto, per poco non perdette il prezioso porta denaro. Sceso nell’orto, di ormai sua proprietà, per soddisfare un bisogno corporale, depose sotto un bell’albero di fico il suo piccolo tesoro, che, rientrando in casa dimenticò di raccogliere. Al mattino, appena sveglio, lo cercò invano in casa e solo quando fu … richiamato di nuovo nell’orto, ebbe il piacere di ritrovarlo sano e salvo sotto il fico.

 

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Teresa Franchi in Salomone (1863-1940)

Dal suo matrimonio nacquero sette figli, sei femmine ed un maschio, che chiamò Antonio.

Quasi tutte le femmine si sposarono a Stigliano: una sposò un tal Ciuffi, guardia forestale, un’altra un ricco negoziante di cuoiame proveniente da Lauria, tal Michele Forastiere, capostipite della famiglia Forastiere in Stigliano. Un’altra, un tal Giovanni Rizzo, possidente. Delle altre non ebbi notizie esatte.

Le figlie femmine, in gioventù, assistevano il padre in qualche piccolo intervento chirurgico, lo aiutavano nella confezione di apparecchi per riduzioni di fratture, lussazioni, per cui anche dopo, erano capaci di eseguirne qualcuno da sole.

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Famiglia On. Nicola Salomone: (da destra in alto) Nicola Salomone,Teresa Franchi, Riccardo, Zi “Ciccillo”, Ettorino, in basso da destra Alberto, Luigi ed Enrico

Furono i vecchi amici del padre, i “Vetrano”, che lo misero in guardia e lo stimolarono a mettersi a studiare sul serio per laurearsi. Laureatosi dopo aver sostenuto non troppo brillantemente gli esami in un latino tutt’altro che forbito, esercitò la professione discretamente, specie per quel po’ di chirurgia che aveva praticamente appreso dal padre.

Sposò la Signora Mariantonia Panevino di Aliano, avendone in dote un discreto oliveto in territorio di Aliano, e la vigna Padula, per il definitivo possesso della quale non seppi mai, per qual motivo, sostenne un lungo giudizio, portato, nientemeno a termine, dal figlio Nicola, avvocato esercente in Potenza, ove morì in giovane età.

 

Dal dottor Antonio Salomone e la signora Mariantonia Panevino, nacquero sei figli: Francesco, Nicola, Michele, Giovanni, Giacoma e Grazia. Pur esercitando la professione medica fu appassionatissimo dei suoi fondi rustici che vigilava attentamente. A Stigliano, oltre la Padula aveva altri fondi: Vallelonga, Padre, Serra.

Fu appassionato cacciatore e portava nome di ottimo tiratore: ricordo che zio Giovanni mi aveva diverse volte mostrato la canna del fucile che il padre usava per la caccia grossa (del calibro di un’oncia) uguale su per giù all’attuale calibro 12, – allora il calibro del fucile si determinava dal peso della palla sferica che passava dalla canna del fucile (un’oncia equivaleva a circa grammi 33) – ed una micciarola (fucile di piccolo calibro ad una canna) in origine a pietra focaia e poi adattato a cilindro (luminello per capsule al fulminato di mercurio).

 

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L’on. Nicola Salomone

Con questa micciarola sparai il primo colpo, procurando al povero zio Giovanni, che mi seguiva a cavallo, una brutta caduta, perché disarcionato dal cavallo spaventato dal colpo. Per fortuna la caduta non ebbe conseguenze apprezzabili.

Questa micciarola, di calibro su per giù 28, era di straordinaria lunghezza, tra calcio e canna misurava oltre due metri, per cui quando zio Giovanni, che era abbastanza alto, la portava addosso passava con difficoltà attraverso le porte.

Ciò nonostante questo fucile pervenuto fino a noi, fu spesso usato e, specie mio fratello Luigi realizzò di frequente buoni carnieri e fucetole (beccafichi). Di quest’arma antica, fino a qualche anno addietro, esistevano pochi pezzi presso i miei fratelli a Pisticci.

Ma il nostro antenato Don Antonio che a detta del figlio Giovanni era un po’ mattacchione e, poco dolce di sale (come suol dirsi), oltre ad usare quest’arma per cacciare beccafichi e fringuelli, raramente qualche lepre, volle una volta provarla su bersaglio più importante.

Come prima ho detto era molto affezionato ai suoi fondi e ci teneva a farli rispettare. Di fronte alla casetta rustica del fondo Vallelonga aveva un bel pero che portava frutti squisiti, non sempre, per non dire mai, destinati al palato del legittimo proprietario, perché raccolti da altro buongustaio.
Infastidito, Don Antonio, decise, una sera, di appostarsi nella casetta, tenendo di mira il pero attraverso un finestrino.
Caricò la fida micciarola, con pallini n. 12 (detti allora lacrimelle) mescolandovi qualche briciola di salgemma.
Attese parecchio, finché nel tardo imbrunire intravide un’ombra umana dirigersi verso la pianta salvaguardata.
L’uomo si avvicinò alla pianta e dopo aver con aria circospetta, scrutato attorno, vi si arrampicò cominciando a raccogliere le saporite stupende pere.
Don Antonio, da buon cacciatore, aspettò che il ladruncolo gli presentasse un bel bersaglio per dargli una buona dolorosa lezione, senza procurargli grave danno.
Infatti quando il malcapitato gli espose ben chiaro e netto, come bersaglio, il deretano, fece fuoco.
Il disgraziato saltò dall’albero, gridando più per il bruciore procuratogli dai granuli di sale, che per l’azione dei minuscoli pallini e scappò verso il paese.
Da parte sua Don Antonio, sapendo che il ferito si sarebbe rivolto a lui per farsi medicare, attraverso una scorciatoia cercò di precederlo, facendosi trovare in casa.
Vi riuscì e, quando il ladruncolo gli si presentò reclamando la medicatura, con tutta calma e sussiego compassionevole si fece raccontare come erano andate le cose: il ferito riferì di essere stato colpito per caso da un cacciatore che forse lo aveva scambiato per un selvatico.
Don Antonio si fece gran risata e non mancò di riderne anche con parenti ed amici fidati.
Altri tempi allora!

Parte II – Famiglia Salomone dopo Stiglianoultima modifica: 2010-06-24T21:12:00+02:00da gorgomonello
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